Monza 27 Ottobre 2025
Se cerchiamo di tracciare una mappa dei conflitti armati in corso vediamo che, oltre al fronte europeo della guerra tra Russia e Ucraina, c’è la guerra civile in Sudan e diversi conflitti sparsi nel mondo: in Etiopia, Myanmar, Siria, Yemen, Brasile ed Equador. E se adesso tra Palestina ed Israele ci sarà, come ci auguriamo, “la pace”, restano i tantissimi feriti, i dispersi, le macerie, la povertà e le malattie. Fortunatamente, l’Egitto è ancora in grado di offrire un terreno di confronto per discorsi seri verso le pacificazioni e le assenze di massacri. Di fronte all’assoluta incapacità di discutere, i Paesi “più evoluti” devono pensare alla sopravvivenza di mezza Africa, che è da sempre il punto più fragile del mondo. Fortunatamente, al di là della mancata evoluzione politica verso una situazione di maggior tranquillità, le società civili, indipendentemente dai guadagni dei singoli, si stanno dando gli strumenti per razionalizzare il percorso sanitario, anche in assenza di sufficienti risorse economiche.

Ne è esempio il GISE (la Società Italiana di Cardiologia Interventistica) che ha avuto la forza di mettere in piedi non monasteri dove si fanno gli interventi da prima pagina, ma la rete di professionalità legate alla patologia più diffusa, quella cardiologica, in modo tale che i pazienti vengano distribuiti dove si riesce a curarli meglio e con le competenze tecniche più avanzate. Allora ci deve essere una centrale di comando che riesca a smistarli dove è possibile curarli. Questo porterà a un miglioramento della sopravvivenza evitando di sovraccaricare un sistema che non sempre è adatto. Non si può leggere che i parenti aggrediscono i medici e gli infermieri. Se i posti non ci sono, i pazienti restano in pronto soccorso. Allora serve qualcuno che dica che è possibile ricoverare quel paziente altrove dove ci siano gli infermieri per gestire i letti in corsia. Certo, i malati più che di cure costose o apparecchi super sofisticati, necessitano delle competenze culturali e tecniche del personale sanitario italiano; personale che ha già ampiamente dimostrato di essere pronto a morire per salvare i pazienti come ai tempi del Covid. Certo, anche la scuola è necessaria per formare giovani professionisti mentre le cooperative servono solo ad arricchire chi non vuole fare il “dottore nel senso etico della curare”. E i giovani medici non vogliono le cooperative ma vogliono imparare da qualcuno che glielo insegni e rifiuteranno sempre di andare a fare i burocrati nelle case di comunità.

Quindi in questa situazione generale di catastrofi è giusto prepararsi ad affrontare anche l’emergenza di guerra con morti e feriti da curare, dove anche i dottori muoiono perché i droni vengono attirati dai dispositivi medicali degli ospedali e per questo nemmeno gli ospedali da campo sul fronte sono risparmiati dai bombardamenti con conseguenti pazienti e medici ammazzati. L’ Organizzazione Mondiale della Sanità necessita di preparazione e di nuove variabili per il Triage che consiste nell’attribuzione dell’ordine di trattamento dei pazienti sulla base delle loro necessità di cura e delle risorse disponibili. Bisogna essere organizzati, ovvero evitare che i pazienti vengano trasportati da un posto all’altro senza trovare un luogo dove siano disponibili le cure di cui hanno bisogno. Bisogna sapere dove c’è il posto per il malato da curare e che sia anche giusto per lui. Questa buona pratica non è da prendere in considerazione soltanto nei conflitti, ma anche nella normale gestione dei pazienti in tempo di pace: organizzare una Sanità efficiente è obbligatorio e i pazienti devono essere mandati dove sanno curarli. Le società scientifiche devono sapere dove esistono le possibilità di cura più aggiornate.
Senza dispersioni bisogna avere un’organizzazione tecnica e gestionale efficiente da un lato, unita alle capacità cliniche. Un esempio di questo modus operandi relativo alla cardiologia è il lavoro fatto dalla società scientifica GISE (società Italiana di Cardiologia Interventistica) con il progetto Resil Card finanziato dalla Commissione Europea, che mira a mettere a punto uno strumento in grado di misurare la resilienza dei sistemi sanitari.
Per l’Italia, partecipano la Società Italiana di Cardiologia interventistica (GISE), affiancata dall’Unità di ricerca sui servizi e sistemi sanitari del centro medico Amsterdam UMC (Paesi Bassi), dalla rete globale di cardiologi interventisti We CARE (Francia) e dal Servizio sanitario catalano CatSalut (Spagna).

Si tratta di un progetto europeo per l’aggiornamento dei piani di emergenza, per affrontare una guerra così come una pandemia in modo da essere pronti a garantire interventi salvavita. La prima versione dello strumento – rilasciata a gennaio 2025 –, una sorta di stress test, è oggi al centro della fase pilota in corso da febbraio e proseguirà fino a novembre. Nel nostro Paese hanno aderito 275 centri di emodinamica in Italia così da formare una strategia nazionale condivisa affinché il sistema sanitario non collassi, come è successo con il Covid nel 2020. Indispensabile per rendere operative queste procedure, è la collaborazione con gli organi esecutivi del governo. Uno strumento operativo che esiste già, è reale, e a disposizione degli ospedali per verificare i percorsi salvavita e correggere le variabili per avere procedure, e personale aggiungerei, adeguati alle nuove emergenze. La fase pilota in alcuni ospedali italiani è già iniziata. Siamo infatti nell’era anche dei “Cyber attacchi” cosiddetti CBRN (Chimico, Biologico, Radiologico e Nucleare) per questo le società scientifiche possono mettere il loro sapere in questi nuovi cardini per la tenuta del sistema sanitario dai quali ahimè non possiamo esimerci.
Immagine di apertura: foto di Hansuan Fabregas
- Ha collaborato Sabrina Sperotto




