Pavia, 27 Novembre 2025
Teotihuacan si dispiega come un enigma scolpito nella vastità dell’altopiano centrale, una città che sembra affiorare dal terreno come un organismo minerale, un intreccio di geometrie solenni e di rovine che trattengono eco di riti perduti, come se ogni blocco di pietra fosse parte di una formula sacra, un codice che il tempo non ha dissolto ma solo velato.

Teotihuacan, città precolombiana situata a circa 40 chilometri dall’attuale Città del Messico, si estende su 83 chilometri quadrati di territorio e fu fondata intorno al 100 a.C. Tra i maggiori centri urbani del Mesoamerica, raggiunse il proprio apice nella prima metà del I millennio d.C. con oltre 125.000 abitanti, diventando di fatto una delle città più popolose del mondo antico. Fu abitata fino al VII-VIII secolo, fin quando non vide i suoi principali monumenti abbandonati e incendiati intorno al 550 d.C.
Oltre ad essere riferimento religioso e culturale, la città esportava raffinate ceramiche e strumenti in ossidiana apprezzati in tutta la regione. La sua influenza era estesa ad ampie aree del Mesoamerica, che comprendevano i territori Maya e di Veracruz, lasciando con molta probabilità un’eredità significativa anche agli Aztechi. Furono proprio gli Aztechi ad assegnarle il nome Teotihuacan, luogo in cui nascono gli dèi.

Il sito archeologico è stato designato come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1987. La città, che gli antichi costruirono non per essere abitata come un ordinario spazio civile, ma come un immenso dispositivo rituale, appare al visitatore come una tessitura di simmetrie e rotture, di assi geometrici rigorosi e deviazioni inattese, di fronti lisci e cavità che sembrano evocare un passato sotterraneo – forse reale forse mitico – in cui la materia stessa sembra aver collaborato con gli uomini alla costruzione di un ordine superiore.
Lungo la Calzada de los Muertos (o Viale dei Morti), che attraversa la città come un asse cosmico, il visitatore percepisce un equilibrio fragile e potente tra ordine e caos, tra il rigore delle linee e la dissolvenza delle superfici, tra la monumentalità delle piramidi e la dimensione più intima dei quartieri residenziali decorati da stucchi dipinti, frammenti che narrano divinità mascherate, serpenti piumati che emergono dalla materia come ingranaggi pulsanti, simboli che oscillano tra visione e sogno.

La Piramide del Sole si staglia come una montagna artificiale che assorbe e riflette la luce, punto di congiunzione tra la terra e le traiettorie astrali, luogo in cui la possenza della pietra sembra aspirare verso il cielo, come se gli antichi costruttori avessero voluto modellare un ponte immobile tra il mondo umano e quello divino; la Piramide della Luna, coronamento dell’asse principale, appare invece più enigmatica, custode silenziosa di culti legati all’acqua, alla fertilità, alle metamorfosi della notte. Nel Tempio di Quetzalcoatl (Serpente Piumato), nella Ciudadela, si concentra la densità simbolica della città: teste monumentali affiorano dalla facciata, alternando figure di serpenti e maschere marine, come se i blocchi lapidei fossero stati sospinti in rilievo dall’interno da una forza vitale, una pressione simbolica che ancora oggi si percepisce come un fremito (vedi immagine di apertura). Nel camminare tra questi monumenti si attraversa un racconto che non procede in modo lineare ma si apre in più direzioni, come un tessuto di storie sovrapposte in cui ogni frammento di muratura conserva l’impronta di mani anonime, di comunità che costruivano non semplici edifici ma un’immagine condivisa del cosmo.

I materiali stessi, dall’ossidiana nera e tagliente alle pietre vulcaniche porose, dalle pigmentazioni rosse che un tempo ricoprivano templi e sculture alle tessere di mosaico turchesi, parlano di un rapporto sapiente con la materia, di una volontà di trasformare gli elementi naturali in strumenti di potere, conoscenza e rito. Un archivio di arcani in attesa di essere decifrati.
Gli ambienti sotterranei, le camere nascoste, i tunnel in cui sono state trovate offerte di giada, conchiglie, statuette miniaturizzate, appartengono a una dimensione parallela e risultano come un controcanto oscuro alla monumentalità solare degli spazi aperti.
Gli studiosi suggeriscono che i teotihuacani cercarono di riprodurre lo stesso modello di tunnel associati ai grandi monumenti fuori terra, con la funzione di rappresentare l’oltretomba nell’antica metropoli, fatto che avvalora il significato simbolico e le origini della pianificazione urbana di Teotihuacan. L’alternanza tra luce e ombra, tra vastità e chiusura, contribuisce alla sensazione di trovarsi in un luogo che non è solo fisico ma mentale, una costruzione simbolica che avvolge chi la percorre. Teotihuacan non è dunque un semplice sito archeologico, ma un dispositivo poetico, una macchina immaginativa che continua a generare significati diversi in chi la osserva, perché non offre un racconto unico ma una costellazione di possibilità interpretative.

La città, pur muta, parla attraverso la sua scala sovrumana, così come attraverso la ripetizione dei motivi decorativi, l’assenza di nomi e figure individuali, lasciando emergere l’idea di una collettività che costruiva per un orizzonte più ampio del proprio tempo. In questa tensione tra presenza e mistero, tra ciò che rimane e ciò che è scomparso, risiede il fascino profondo di Teotihuacan: un’opera che non smette di interrogare chi la attraversa, un pensiero di pietra che continua a vibrare sotto il cielo luminoso del Messico.
Immagine di apertura: Dettagli del Tempio di Quetzalcoatl (foto di Steven Zicker)




