Milano 27 Gennaio 2024

Seduto in teatro, l’anziano signore dai capelli brizzolati e occhiali profilati di metallo, china il capo come in attesa della condanna. Che difatti scocca inesorabile: «Il vincitore del Nobel per la letteratura è Samuel Beckett». L’uomo vacilla, sussurra alla moglie Suzanne: «Quelle catastrophe!», si dirige verso il palco, afferra l’assegno e la medaglia e, senza dire parola, si dilegua inerpicandosi come un gatto su una scala antincendio.

Fionn O’Shea, l’attore irlandese che interpreta Beckett da giovane, in una scena del film

Naturalmente non è andata così. Quel 10 dicembre 1969, data della cerimonia, Beckett a Stoccolma non si presentò nemmeno. A ritirare il premio mandò il suo editore francese, Jérôme Lindon, che ben conoscendo l’idiosincrasia dello scrittore per qualsiasi tipo di manifestazione pubblica, saputa la notizia, gli spedì il seguente telegramma: «Cari Sam e Suzanne. Malgrado tutto ti hanno dato il premio Nobel. Vi consiglio di nascondervi. Affettuosi saluti».
Di vero restano quindi solo le due parole: «Che catastrofe!», sussurrate a Suzanne dopo aver letto il telegramma, mentre erano in vacanza in Tunisia. Eppure, quella fuga surreale che apre Prima danza, poi pensa. Alla ricerca di Beckett, biopic di James Marsh sul geniale irlandese interpretato da Gabriel Byrne, pur se inventata di sana pianta, può dirsi quanto mai beckettiana vista la sua ritrosia leggendaria e il riserbo quasi paranoico. Se costretto ad andare al Nobel è probabile che Beckett avrebbe trovato modo di battersela a gambe levate.

E magari finire in quello spazio fuori dal tempo, dove il pertugio che ha imboccato lo porta a incontrare il suo Doppio. E Gabriel Byrne a confronto con Gabriel Byrne dà prova di intensa compostezza e sotterranea ironia. A tu per tu con la sua coscienza, l’autore di Aspettando Godot, coglie il pretesto di decidere chi sarà il beneficiario del cospicuo assegno del Nobel, per ripercorrere gli incontri salienti della sua vita, le donne e gli uomini che ha amato e ferito.

Aidan Gillen nei panni di James Joyce

Procedendo per capitoli, ciascuno intitolato alle figure cardini della sua esistenza, il film (nelle sale dal 1 febbraio distribuito da Bim) racconta la complessa personalità di un artista inafferrabile (1906-1989): figlio ribelle di una madre nevrotica, esule a Parigi, solitario, austero, marito infedele, combattente nella Resistenza francese, amico dello scrittore Alfred Péron deportato a Mauthausen, e pure di James Joyce (Aidan Gillen), che gli affida la traduzione del Finnegans Wake, lo accoglie in casa e tenta pure di fargli sposare la figlia schizofrenica. Insidia che Beckett riesce a scansare in corner, proprio nel giorno in cui la famiglia decide di annunciare il loro fidanzamento.
La parte privata è predominante nel film a scapito di quella artistica. Scelta non irrilevante, visto che parliamo di una delle figure più singolari e innovative della letteratura e della drammaturgia del Novecento, alfiere dell’incomunicabilità, dell’assurdo tragicomico, dell’astrazione, del silenzio, della morte.

Una rara immagine di Samuel Beckett e di sua moglie Suzanne in età avanzata (fonte: sandrapatrignani.it)

Qualche opera viene citata qua e là, per esempio uno squarcio su Play, ma in modo frettoloso e sempre in funzione delle vicende personali di Beckett. O ancora, Giorni felici allude al suo complesso ménage sentimentale, che lo vede spartirsi a lungo tra due donne, la moglie Suzanne Dechevaux-Dumesnil (una straordinaria Sandrine Bonnaire) e l’amante Barbara Bray (Maxine Peake), incontrata alla BBC per la realizzazione del dramma radiofonico All That Fall, che però nel film non viene non viene nemmeno nominato.
Quanto a Finale di partita, ovviamente si riferisce al capitolo conclusivo della sua esistenza. Dalla morte di Suzanne, nel luglio dell’89, Beckett non si riprenderà più. Malandato di salute, attanagliato da una solitudine insormontabile, divorato da un’infelicità senza desideri, finisce in una casa di riposo, dove morirà il 22 dicembre dello stesso anno. Verrà sepolto accanto alla moglie nel cimitero di Montparnasse. Sulla tomba una semplice lastra di granito. Che, secondo le istruzioni di Beckett, doveva essere “di qualsiasi colore purché grigia”.

Immagine di apertura: Gabriel Byrne (Samuel Beckett) in una scena del film Prima danza, poi pensa. Alla ricerca di Beckett nelle sale dal 1° febbraio

Giuseppina Manin
Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno", "Ho visto un Fo" , di "Complice la notte" dedicato alla grande pianista russa Marija Judina. nel 2021, e per la Nave di Teseo del recente "La Bambolaia"

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