Milano 27 Ottobre 2024

Donald chi? Si stenta a crederlo ma c’è stato un tempo in cui quel ragazzone dalle spalle troppo larghe e il sorriso troppo piacione, quando tendeva la mano per presentarsi, veniva scrutato con aria interrogativa. Donald chi? Donald Trump. Cognome che negli Usa anni Settanta nei giri che contavano non diceva granché, visto che dietro il ciuffo biondo e la faccia tosta c’era solo un piccolo e molto ambizioso immobiliarista di Manhattan. Eppure, chi avesse masticato un po’ di tedesco avrebbe dovuto rizzare le orecchie, visto che nella lingua del nonno paterno di Donald, Trump suona come “carta vincente” o anche “asso nella manica”. La prova definitiva della bontà del detto “nomen omen”.

L’attore rumeno, naturalizzato statunitense, Sebastian Stan che interpreta Donald Trump (foto di Pief Weyman)

E così è stato. Non ci vorrà molto perché il prestante giovanotto si faccia strada, impari a destreggiarsi nella giungla della finanza, inizi quella brillante carriera da tycoon che farà di lui uno degli uomini più ricchi e temuti del mondo, la star di un reality show, e pure il 45mo Presidente degli Stati Uniti. Un’ascesa al vertice dell’impero americano che richiede un ferreo tirocinio, un mentore capace di trasformare un puledro scalpitante ma ancora un po’ insicuro in un cavallo da combattimento pronto a sferrare calci micidiali.
The apprentice di Ali Abbasi, regista iraniano naturalizzato danese, da poco nelle sale per Bim, è un film da vedere per molte, interessanti e, inquietanti, ragioni. Perché, come indica il sottotitolo italiano, è la storia di Trump prima di diventare Trump, delle origini della sua strabiliante fortuna, del suo carisma manipolatorio. E ancora, racconta l’appassionante e temibile formazione di un apprendista leader, già con le stimmate del potere, pronto a tutto pur di centrare l’obiettivo: mentire spudoratamente, usare tutto e tutti ai suoi fini, spazzare via qualsiasi cosa gli si frapponga. Forza della natura si nasce, ma per entrare nell’occhio del ciclone occorre una guida esperta. Il giovane Donald (il camaleontico Sebastian Stan) la trova in Roy Cohn (Jeremy Strong, strepitoso per ambiguità e sgradevolezza come già nel ruolo di Kendall Roy nella serie Succession) avvocato corrotto, cinico faccendiere, fiancheggiatore del maccartismo più feroce, fiero di aver spedito sulla sedia elettrica Julius e Ethel Rosenberg, sospetti comunisti.

Trump (Sebastian Stan) con la prima moglie Ivana (l’attrice bulgara Maria Bakalova) (foto di Pief Weyman)

Convinto delle potenzialità predatorie dell’ambizioso Donald, forse attratto dalla sua prestanza fisica (la sua passione celata ma non troppo per i ragazzi biondi lo porterà a morire di Aids) Cohn decide di farsene carico impartendo all’allievo le debite lezioni sull’arte oscura del potere. Tre le regole da tener bene a mente per diventare un vincente di successo. Prima: Attacca. Attacca. Attacca. Seconda: Nega sempre. Terza: Mai ammettere la sconfitta, anche se hai perso dire che hai vinto.
Trump ne farà il mantra della sua vita. Tenendosi ben stretti quei precetti, aggancia rapporti chiave, fiuta gli affari giusti, impara a fare debiti con le banche e slalom con le tasse. Trasforma un vecchio edificio sulla Third Avenue nello sfarzoso Trump Plaza, edifica la Trump Tower, crea la flotta aerea Trump Shuttle. Compera casinò, squadre e di calcio e campi da golf. Insegue ragazze di ogni tipo, anzi di un tipo solo, perde la testa per Ivana (Maria Bakalova), modella ceca bellissima, biondissima, scaltrissima. La corteggia a colpi di diamanti, la sposa con sommo fasto, ci fa tre figli.

Il vero Trump con un altrettanto vero Cohn all’epoca della sua ascesa (fonte: cinefilia ritrovata)

Ma nella sceneggiatura di Gabriel Sherman, che di Trump se ne intende avendolo intervistato molte volte fin dagli inizi di carriera, il cuore della storia resta il rapporto tra Donald e Roy. Legame complesso di amore e odio, di amicizia forse, come si può essere amici in un mondo di squali. Difatti, quando il discepolo supererà il maestro, tutto cambia. I rapporti di forza si rovesciano, Cohn si ammala, la sua brutalità leggendaria si smorza e questo, come dice la legge della giungla, è il segnale per le altre belve di azzannare chi è più debole. Il creatore perde il controllo sulla sua creatura, che come uno scorpione gli si rivolta contro e lo punge. Se i padri si devono uccidere, figurarsi i maestri. E poi lui, l’ex apprendista non fa altro che mettere in pratica i precetti: si nasce per far affari, per diventare ricchi, per vincere. Il resto non conta.
P.S. A Trump, ovviamente, il film non è piaciuto. Uscito negli Usa in piena campagna elettorale, ha scatenato le ire del suo elettorato che ne ha boicottato l’uscita. Quanto a lui, il candidato presidente, l’ha bollato senza mezzi termini “un film spazzatura” liquidando l’autore, Gabriel Sherman, e il resto del cast come “feccia umana”.
Regola 1: Attacca. Attacca. Attacca. Regola 2: Nega sempre. Regola 3: Anche se hai perso dire sempre che hai vinto.

Immagine di apertura: Trump (Sebastian Stan) con Roy Cohn (Jeremy Strong) in una scena di The Apprentice (foto di Pief Weyman)

Giuseppina Manin
Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno", "Ho visto un Fo" , di "Complice la notte" dedicato alla grande pianista russa Marija Judina. nel 2021, e per la Nave di Teseo del recente "La Bambolaia"

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