Milano 21 Dicembre 2025
Settant’anni separano sullo schermo Nico e Gela, i protagonisti di Gioia mia. Stesso divario temporale che nella vita, visto che Aurora Quattrocchi, nome autorevole del teatro molto amata da registi di cinema come Marco Risi e Tornatore, Crialese e Munzi, Andò e Martone, di anni ne ha 82, mentre Marco Fiore, che in curriculum ha già altri due film, registi Gianni Zanasi e Giorgia Farina, al momento di girare Gioia mia, opera prima di Margherita Spampinato, ne aveva giusto 12. Eppure, nonostante lo stacco di età, i due s’intendono a meraviglia. Aurora e Marco, alias Gela e Nico, si danno magistralmente la palla per tutti i 90 minuti del film, riuscendo a stabilire un legame autentico e emozionante, fatto di sguardi, dettagli, piccoli slittamenti del cuore.

Spedito come un pacco dal Nord alla Sicilia per risolvere il problema del che fare di lui d’estate dato che i genitori sono super impegnati e la babysitter ha deciso di sposarsi nel momento meno opportuno, il piccolo Nico si ritrova ospite per un mese di una zia zitella che quasi non conosce. Una signora attempata, con tanto di crocchia stretta alla nuca e abiti fuorimoda, che vive con un vecchio cane in una casa fuori dal tempo, senza wifi né aria condizionata, popolata solo di vecchi, di bambini e di spiriti burloni che, in attesa di un prete esorcista latitante, si fanno vivi battendo colpi e facendo oscillare i lampadari.
Caldo, noia, silenzio, santi e santini appesi ovunque, cibi mai visti dai nomi strani, caponate, arancini, qualche partita a briscola come unico diversivo. Per un ragazzino telefonino dipendente, cresciuto a pizze precotte e surgelati da ingollare in piedi, la sensazione è di esser stato catapultato in un pianeta alieno, sconosciuto, indecifrabile.
Dove la zia detta legge. Pranzo e cena a orari stabiliti, lezioni di buone maniere, pisolino pomeridiano obbligatorio, telefonino sequestrato. Persino lo smalto, lo smalto nero che Nico sfoggia sulle unghie e dalle sue parti fa tanto “figo”, qui viene visto con sospetto. E così gli viene tolto da Gela senza neanche chiedergli permesso. L’esule sbuffa, scalpita, vorrebbe solo fare la valigia e tornarsene nel suo mondo.

Ma poi, giorno dopo giorno, tra lui e quella stramba zia accade qualcosa. Senza quasi parlarsi i due iniziano a incuriosirsi l’uno dell’altra, a intuire misteri e solitudini reciproci, a stabilire un inatteso e profondo legame.
E poi, ad animare quella suggestiva e inquietante casa délabré, oltre ai fantasmi che paiono esser usciti dritti da una commedia di Eduardo, c’è una comunità di anziane signore tutte casa chiesa e tarocchi, e un festoso manipolo di ragazzini. Un microcosmo di vecchi e bambini, assenti gli adulti, dove i ragazzini ignorano i diktat della modernità ma in cambio godono di una inconsueta libertà e indipendenza. Nel cortile comune ci si ritrova per giocare come un tempo, a pallone, a nascondino, a organizzare esplorazioni segrete in una casa degli spiriti che via via si rivela benevola e protettiva.

In quella combriccola di maschi, una sola femmina, la selvatica Rosa (Martina Ziami), un po’ maggiore degli altri, che come Wendy nell’isola di Peter, del gruppetto sembra essere la leader. Sarà lei a aiutare Nico, il bambino venuto dal Nord, a farsi accettare dalla comunità, diventando la sua amica del cuore, la prima a cui il ragazzino riuscirà a dare il fatidico e tanto sognato primo bacio.
Premio speciale della giuria CINÉ+ e Pardo per la miglior interpretazione a Aurora Quattrocchi allo scorso festival di Locarno, Gioia mia, nei cinema distribuito da Fandango, segna l’esordio nella regia di Margherita Spampinato, cineasta palermitana che al cinema approda dopo una lunga esperienza come segretaria di edizione, con una storia delicata e mai banale, capace di tracciare una linea d’ombra tra passato e futuro scavalcando un distratto presente.

Senza cadere nella trappola di una nostalgia di maniera (il passato sembra rassicurante ma è intriso da segreti e bugie dolorosi) il film azzarda la prospettiva di un nuovo incontro tra generazioni, infanzia e vecchiaia, distanti per età, costumi, modi di pensare, ma più vicine di quanto mai gli adulti riescano a esserlo per entrambi.
Tenendo presente le lezioni di De Sica e Comencini, Spampinato, sottolinea la motivazione del premio di Locarno, «dirige, scrive e monta una storia ad altezza di bambino». Con un tocco di grazia e di leggerezza truffautiano ci conduce in un percorso di formazione, che ha il calore e il sapore di estati lontane.
Immagine di apertura: Aurora Quattrocchi (Gela) e Marco Fiore (Nico) sono gli interpreti di Gioia mia, per la regia di Margherita Spampinato. Una scena del film con Nico e Rosa (Martina Ziami)




