Milano 25 Aprile 2021

Settembre 1990, aeroporto di Tel Aviv. Sul volo in arrivo da Mosca Victor e Raya attendono impazienti di scendere a terra. Il loro è un biglietto di sola andata. Di origine ebraica, dopo una vita passata nella Russia sovietica lavorando come doppiatori cinematografici, i due coniugi hanno deciso, come tanti altri ebrei sovietici alla caduta del regime, di lasciare il loro Paese e cercare in Israele un nuovo inizio.
Perché, come spiega Victor (Vladimir Friedman) all’amico che viene a prenderlo al terminal, tra gli effetti collaterali della fine del comunismo, c’è stata la privatizzazione degli studios che ora, per compiacere i nuovi gusti e risparmiare sui costi, hanno deciso di assumere dei giovani e cacciare i vecchi. Compresi loro due, voci leggendarie, re e regina del doppiaggio russo, i più richiesti per i grandi film europei e hollywoodiani, da 8 e ½ a Kramer contro Kramer.

La locandina di “Voci d’oro”, regia di Evgeny Ruman. Il film è visibile sulla piattaforma “MioCinena” dal 23 aprile

Voci d’oro di Evgeny Ruman merita di esser visto per tante ragioni: perché è il ritratto di una coppia indimenticabile, ma anche un’indagine sull’identità di chi emigra e l’omaggio ad uno dei mestieri più difficili e negletti del cinema. Dal 24 aprile sulla piattaforma MioCinema, questo film, premiato allo scorso Bif&est di Bari per la miglior regia e miglior interpretazione femminile (Maria Belkin come Raya), conferma il talento di Ruman, regista e scrittore nato in Bielorussia e immigrato in Israele proprio nel 1990.
Lo stesso anno scelto nel film per l’inizio dell’odissea dei nostri due protagonisti. Non più giovani, ma pronti a cambiare patria, lingua, vita, abitudini, pur di poter continuare quel loro mestiere tanto amato. Ma la Terra Promessa delude, si rivela avara di occasioni, anche là il doppiaggio è un’arte ormai in via d’estinzione, come lo è il cinema di qualità. Per le belle voci di Victor e Raya le offerte adesso sono d’altro tipo. Lui, che ha doppiato Kirk Douglas e Mastroianni, si riduce a prestar la voce per uno spot radiofonico sull’uso delle maschere antigas in dotazione nel Paese in caso di attacchi missilistici. Quanto a lei, risponde a un annuncio per venditrici di profumi al telefono e si ritrova in uno squallido call center dove si vende ben altro, sogni erotici da evocare con rantoli e sospiri.

Raya (la brava Maria Belkin) si ritrova in un call center ad esaudire fantasie erotiche, ma la cosa finisce per non dispiacerle

Raya non è pratica, ma la sua voce suadente impara presto e va alla grande. Visto che dietro la cornetta ciascuno assume l’identità che vuole, Raya chiude in un cassetto i suoi sessant’anni di donna e moglie perbene e si trasforma in Margherita, ventenne pronta a esaudire ogni fantasia. Un gioco pericoloso, non privo di fascino, che lei conduce all’insaputa del marito. E, all’insaputa della moglie, anche Victor viene tentato dal mercato del porno, ma non ce la fa. Ama troppo il cinema per sopportare certe immagini e nel buio della sala si lascia sfuggire: «Non avrei mai creduto di dirlo, ma mi manca la censura sovietica». Accetterà invece la proposta di doppiare film per una sala solo per russi. Il primo titolo lo impone lui, La voce della luna dell’adorato Fellini. Victor l’aveva conosciuto ai tempi di 8 e ½ ed era riuscito, convincendo il riottoso funzionario del Ministero della Cultura russa, a farlo ammettere al Festival di Mosca, dove quel capolavoro aveva vinto il primo premio. E così, nel nome del grande Federico, si inaugurerà la nuova sala. Ma mentre sullo schermo Villaggio si aggira alla ricerca della voce della luna che sbuca da misteriosi pozzi, un’altra voce, proprio quella di Victor, irromperà di sorpresa con l’annuncio registrato: c’è un attacco in corso, tutti sono invitati a indossare la maschera antigas.

Una scena del film “La voce della luna” con Roberto Benigni e Paolo Villaggio. il film, del 1990, fu l’ultima regia di Federico Fellini

In pochi istanti si tirano fuori quelle in dotazione, e tutti si rimettono a guardare il film con bocca e naso coperti dal vistoso respiratore, ma gli occhi ben spalancati davanti all’emozione della bellezza.
Se fuori la vita ci minaccia, la paura mangia l’anima, la violenza è in agguato, dentro la sala si aprono altri mondi, senza confini né passaporti. E se la lingua del film non è la tua, c’è sempre il miracolo di una voce che non solo ne fa intendere il senso ma, quando è “d’oro”, lo moltiplica in arcobaleni di sfumature e dettagli. Perché un bel doppiaggio è come un’ottima traduzione, non solo sta al passo dell’interpretazione originaria ma a volte, persino, la migliora.

Immagine di apertura: Victor (l’attore russo Vladimir Friedman) e Raya (Maria Belkin) in una scena del film

Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno" e "Ho visto un Fo".

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