Milano 27 Marzo 2022

Brutta storia essere donna in Ciad. Lo sa Amina, donna ormai matura, che da sola ha cresciuto sua figlia sfidando giudizi e pregiudizi di una comunità radicalmente maschilista e tribale. Lo sa Maria, figlia di Amina, che a quindici anni si ritrova incinta, vittima della violenza di qualcuno il cui nome non vuole neanche pronunciare. Uno dei tanti comunque, visto che in quel Paese, uno dei più poveri e corrotti del mondo, il codice civile non prevede nemmeno il reato di stupro. E mentre proibisce e punisce severamente l’aborto, ammette a pieno titolo le mutilazioni genitali femminili.

Un bel primo piano della giovane attrice Rihane Khalil Alio, Maria nel film (foto Mathieu Giombini)

Eppure, persino lì, i tempi cambiano. Piccole donne crescono, la giovane Maria non si arrende: il doloroso destino della madre non sarà il suo, non sarà una ragazza madre malvista da tutti, non accetterà matrimoni “riparatori”. La sua scelta è un’altra: liberarsi di quella gravidanza impostale con la forza. Costi quel che costi. Amina si spaventa, cerca di dissuaderla, ma poi capisce e si schiera al suo fianco.
Parte da qui, da un evento traumatico e un’alleanza segreta, Una madre, una figlia di Mahamat-Saleh Haroun, nei cinema dal 14 aprile distribuito da Academy 2. Con asciutta delicatezza e penetrante sguardo sociale il regista ciadiano ci accompagna per le vie di N’Djamena, la capitale del Paese, tra una selva di baracche di lamiera su strade di fango battuto, dove sfrecciano auto e moto di grossa cilindrata. Un labirinto di miseria da cui Amina cerca di districarsi con il solo lavoro possibile, strappare l’anima di ferro a vecchi pneumatici e intrecciarli abilmente in cesti da vendere al mercato. E con i pochi soldi messi insieme mandare la figlia a scuola, unica speranza di riscatto. Ma appena la direttrice scopre che la ragazza è incinta la espelle perché il “cattivo esempio” non si diffonda.

Il regista e sceneggiatore ciadiano Mahamat-Saleh Haroun che risiede in Francia da molti anni. Trai suoi film “Grigris” del 2013 (foto Dana Farzanehpour)

Urge trovare soluzione. Madre e figlia bussano dapprima alla porta di un ambulatorio, il medico sembra una brava persona, si rende conto della situazione ma sa anche che, a dare una mano, rischia cinque anni di galera e la radiazione perenne dall’albo. Certo, con un bel po’ di soldi, un milione di franchi locali… Tradotti nella nostra valuta circa 1500 euro. Poca cosa dalle nostre parti, un capitale introvabile per Amina. Il calvario continua, sempre più arduo, sempre più rischioso. Una mammana, che opera in un fetido tugurio, sentenzia: «Incidenti? A volte capitano a volte no. Dio decide».
Dio e i maschi in perenne agguato. Poliziotti pronti a arrestare chiunque cerchi di schivare i dettami della legge e della religione. Iman dispotici che vanno ad acciuffare porta a porta le donne che non si presentano alla preghiera rituale. Vicini di casa infidi, ipocriti, ricattatori.
Il solo aiuto alle donne può venire dalle altre donne. Sono loro, portatrici di tante solitudini, sofferenze, emarginazioni, le uniche che possono capire. Sotterranea e fortissima si crea una catena di complicità. Non solo per aiutare Maria a sbarazzarsi di quella maternità molesta, ma anche una ragazzina a scampare quella resezione del clitoride che da quelle parti è occasione di gran festa in famiglia. Quel matriarcato sommerso, umiliato, ma saldissimo, alla fine avrà la meglio su un patriarcato prepotente e ottuso.

Una strada di N’Djamena, la capitale del Ciad

Lingui, titolo originario del film in concorso allo scorso Festival di Cannes e poi al Torino Film Festival, in arabo ciadiano significa “nesso” o anche “connessione”. «È quel che lega le persone per permettere loro di vivere insieme – spiega il regista -. Un termine che implica solidarietà, mutuo soccorso, aiuto reciproco. Il lingui è il legame sacro del nostro tessuto sociale».
Legame spezzato tra uomini e donne, rinsaldato nel mondo femminile, consapevole di dover far fronte a un destino comune. L’emancipazione è un percorso tutto in salita, si conquista in tanti modi, con la gentilezza, la furbizia, la solidarietà. Persino con una giusta randellata sulla testa di chi non si è curato di provocare tanta sofferenza.
Non sappiamo che fine faranno la madre e la figlia. Non sappiamo quale sarà il futuro delle donne del Ciad. Liberata dal suo fardello, Maria potrà tornare a scuola, ripartire con l’energia dei suoi 15 anni. La libertà è ancora lontana, ma nel suo sorriso s’intravede uno spiraglio di luce.

Immagine di apertura: Maria (la giovanissima Rihane Khalil Alio) a sinistra con la madre Amina (l’attrice Achouackh Abakar) in una scena del film (foto: Pili film, Mathieu Giombini)

Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno" e "Ho visto un Fo".

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