Milano 27 Settembre 2027
Una rapida ricerca su Wikipedia consente di definire correttamente un termine che negli ultimi mesi è stato al centro del dibattito economico e politico. Si tratta di spread, parola inglese che si può tradurre in italiano in vari modi, tutti con lo stesso significato: «differenza», «scarto» o «divario». Ma in Italia, tra gli esperti di finanza così come nel linguaggio comune, ne ha assunto uno ancora più specifico: indica la differenza di rendimento tra due titoli della stessa tipologia e durata, il Btp italiano e il Bund tedesco, entrambi con scadenza decennale, con il Bund considerato un punto di riferimento per l’intera Europa. Questa particolare caratteristica (l’uso del termine generico spread per definire un preciso rapporto tra due entità ben definite) ha fatto sì che la parola diventasse “popolare”, tanto da trasformarsi in una specie di unità di misura, in grado di promuovere o bocciare addirittura l’operato del governo.
Un po’ di storia. Risale al giugno 2011 la svolta che impose il monitoraggio dello spread all’attenzione generale. Pochi mesi dopo, a novembre dello stesso anno, il valore di questo indicatore, per quanto riguarda il rapporto Germania-Italia, era già arrivato a toccare il livello di guardia, superando quota 570 punti base, contribuendo in notevole misura a provocare le dimissioni del governo Berlusconi e la nascita dell’esecutivo guidato da Mario Monti.

Oggi, fine settembre 2026, a 15 anni di distanza, lo spread si colloca a 91-92 punti base, rientrando così in un ambito di normalità e tale da non destare alcuna preoccupazione. Di conseguenza l’argomento è uscito dal dibattito politico italiano. Attualmente, tra i principali Paesi dell’Unione Europea monitorati dai mercati, soltanto la Grecia e la Francia (con uno spread sul Bund tedesco che supera i 100 punti base) registrano i differenziali più elevati e le tensioni maggiori rispetto al passato. La Grecia rimane storicamente tra i Paesi con i rendimenti e gli spread strutturalmente più alti, mentre la Francia ha visto il proprio differenziale salire in misura notevole, superando la soglia psicologica dei 100 punti base rispetto al Bund a causa delle preoccupazioni sulla tenuta dei suoi conti pubblici (le stesse preoccupazioni che in passato avevano riguardato l’Italia). I Paesi del Nord Europa, come Olanda, Austria e Belgio, si mantengono invece su valori molto vicini allo zero.
In ogni caso, i tempi degli allarmismi sembrano ormai archiviati, anche se sono passati poco più di 15 anni rispetto a quel gennaio 2011 che segnò l’inizio del monitoraggio, quando lo spread si attestava a 173 punti. Alla fine dello stesso anno, il 30 dicembre, sarebbe arrivato addirittura a quota 528, con un incremento di 355 punti. I primi sei mesi dell’anno successivo furono poi caratterizzati da un’altalena continua del differenziale tra Btp e Bund, termometro della fragilità, non solo economica, dell’Italia. A fine maggio, in-tanto, il voto amministrativo aveva punito il Pdl e Berlusconi, mentre a giugno 2011 il dibattito politico si era spostato sulle scelte relative alla manovra. In questa situazione già tesa, a luglio è esplosa la crisi del debito e il battesimo dei cosiddetti Piigs, l’acronimo-beffa che raggruppa i Paesi in difficoltà (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). E proprio il primo luglio, a mercati aperti, era stato diffuso il bollettino di Standard & Poor’s sulla manovra italiana, subito apparso come una sorta di bocciatura: «Restano sostanziali rischi per il piano di riduzione del debito, principalmente a causa della debole crescita», scriveva in proposito l’agenzia di rating in parte riprendendo i concetti espressi già a maggio, quando l’outlook dell’Italia era stato rivisto da “stabile” a “negativo”. L’impatto sui titoli pubblici è stato immediato, provocando di conseguenza l’allargamento dello spread.
Sui mercati finanziari, maggiore è il rischio associato a un Paese emittente, maggiore sarà il rendimento richiesto per acquistarne i titoli. Quelli tedeschi sono considerati, in tempi normali, a rischio molto basso, e vengono così utilizzati come termine di paragone per valutare il rischio che i mercati finanziari attribuiscono al debito pubblico di altri Paesi. Lo Spread Btp-Bund, dunque, diventa il parametro fondamentale da prendere in considerazione: quando aumenta vuol dire che l’Italia ha perso, almeno in parte, credibilità sui mercati finanziari; quando diminuisce, significa che l’Italia ne ha riguadagnato una parte.

Oggi il rapporto è stabilizzato e “tranquillo”. Ma se oggi la reputazione dell’Italia è migliorata, di chi è il merito? Il governo in carica non ha perso occasione per rivendicarlo. Va detto però che tutte le altre componenti del mercato hanno contribuito, in modo più o meno determinante, a stabilire i nuovi equilibri. Si tratterà ora di mantenere nel tempo il vantaggio acquisito. Cosa non facile. La fiducia, sui mercati, è una merce delicata. Ci vuole molto per costruirla, ma basta poco per distruggerla.
Tornando allo spread Btp-Bund, il suo andamento è costantemente monitorato da parte di investitori, analisti e istituzioni perché influenza prima di tutto il costo del finanziamento dello Stato sui mercati. Un differenziale più contenuto, come quello rilevato a ridosso della chiusura di martedì 22 settembre, pari a 88-89 punti base, segnala una fase relativamente più distesa sui titoli di Stato italiani e può riflettersi positivamente anche sul costo del credito per famiglie e imprese, attraverso il legame tra rendimenti sovrani e tassi applicati dal sistema bancario.
Immagine di apertura: fonte: borsainside




