Milano 27 Luglio 2024
Nel deserto cinematografico agostano tre buone ragioni di trovar rifugio nel fresco di una sala: tre film di Lars von Trier, i primi della carriera di un regista geniale, scandaloso, controverso, ormai iscritto nella storia del cinema. A riproporli in versione restaurata e senza tagli di censura è Movies Inspired che li distribuirà a distanza ravvicinata entro Ferragosto.

Si parte con L’elemento del crimine il primo agosto, l’8 seguirà Epidemic, infine il 15 sarà la volta di Europa. Tre titoli chiave della filmografia dell’autore danese, erede legittimo di Bergman e Dreyer, legati da una comune riflessione sul nostro continente nel secondo dopoguerra, la sua disgregazione, la sua decadenza sociale e morale.
Imperdibile quindi l’occasione di poterli vedere o rivedere di fila, per meglio intendere il senso di quella che è stata definita la Trilogia dell’Europa intesa in senso storico e culturale, ma più ancora come stato mentale. Perché i protagonisti dei vari titoli, pur mossi da nobili presupposti, finiscono tutti per perpetrare il problema che cercano di risolvere. E il male, ci dice l’autore, è il fine ultimo dell’uomo. Un male endemico, corruttore, il cui gorgo vischioso avvolge e risucchia gli esseri umani, anche quelli che lo affrontano con le migliori intenzioni.

Girati con arditezza stilistiche, bianco e nero alternato al colore e a un seppia di gusto espressionista alla Murnau, i tre film condensano quelli che saranno i temi cardine di tutto il successivo cinema di von Trier: il mistero del male, l’utopia e la distopia, le ossessioni ipocondriache, il gusto per il paradosso e il grottesco, il fascino morboso dell’ipnosi. Il regista come un mago, capace di mandare in stato di trance sia i suoi personaggi sia gli spettatori, per inoltrarsi negli inferi dello schermo senza il freno della razionalità.
Così è fin dal primo capitolo, il visionario L’elemento del crimine. Magnifico esordio nel lungometraggio di Lars, anno 1984, subito in concorso a Cannes, subito vincitore del Gran Prix tecnico. Dove un ex detective di nome Fischer si rivolge a uno psicanalista per liberarsi dal suo mal di testa. Attraverso la terapia dell’ipnosi ricorda un’indagine sull’omicidio di una bambina che vendeva biglietti della lotteria. Fisher tenta di individuare il colpevole attraverso un metodo teorizzato da un suo mentore, che consiste nella totale identificazione dell’investigatore con l’assassino. Metodo efficace ma pericoloso, a furia di calarsi nei panni del criminale, Fisher finirà per comportarsi come lui.
Secondo titolo, Epidemic, 1987. Scritto come il precedente con Niels Varsel, vero manifesto del cinema successivo di von Trier, ricco di quegli spunti dark-horror che poi diventeranno la struttura portante della serie The Kingdom.

Qui il regista si espone in prima persona, nel ruolo di se stesso, regista di un film respinto dal produttore, e pure nel ruolo del personaggio chiave, il dottor Mesmer, nome non casuale che allude al celebre scienziato settecentesco sperimentatore del magnetismo e del sonnambulismo terapeutico. In un’Europa devastata da un’epidemia simile alla peste, Lars-Mesmer è impegnato a cercare la cura di un contagio che lui stesso ha seminato. Ma il virus non vuol sentire ragioni. Prima collaborazione del regista con Udo Kier, che ritroveremo nel successivo Europa, e anche in The Kingdom, Le onde del destino, Dancer in the Dark, Dogville, Melancholia.
Infine Europa. Ultimo capitolo, capolavoro del danese, premio delle giuria a Cannes 1991. Inizio memorabile, mentre scorrono le immagini in bianco e nero di un treno in corsa, la voce irresistibile di Max von Sydow, attore feticcio di Bergman, si rivolge allo spettatore: «Ora io conterò dall’uno a dieci. E arrivato a dieci, tu entrerai in Europa», promette scandendo ogni sillaba del continente infelice. Il treno ci porta nella Germania del 1945, guerra finita, persa, paese a pezzi.

Sul treno viaggia Leopold Kessler (Jean-Marc Barr), fuggito con la famiglia negli Stati Uniti all’inizio della guerra. Il giovane torna in Germania per riscoprire la patria dei genitori e contribuire alla rinascita del paese. Uno zio gli trova lavoro come controllore nella linea ferroviaria Zentropa (guarda caso così si chiama la casa produttrice del film di von Trier). Durante un viaggio incontra la bella Kate (Barbara Sukowa) figlia del proprietario della compagnia, Max Hartmann (il cognome del padre biologico di Lars, svelatogli dalla madre in punto di morte). I due si innamorano, Leopold inizia a frequentare la casa della ragazza, scopre i trascorsi nazisti del padre di lei, che cerca di nascondere il suo passato acquistando false testimonianze dagli ebrei. Sullo sfondo di macerie spunta il movimento clandestino dei partigiani nazisti, impegnati in una strenua resistenza all’occupazione americana. I loro corpi impiccati ai lampioni con il cartello “Werwolf”, lupo mannaro. Un capitolo di storia epurato dai libri ufficiali. Impressionante e densa di rimandi alla nostra tragica attualità, la scena in cui gli americani, in nome della norma che vieta gli assembramenti, mitragliano i partecipanti a un funerale.
La tesi del film è che non ci sono innocenti in Germania e nemmeno in Europa. Tutti in un modo o nell’altro sono stati coinvolti in crimini e misfatti. La tragedia morale tedesca è anche la nostra tragedia, gli ideali non esistono, l’Europa era marcia e continua a marcire. Il bene e il male si mischiamo sempre, l’ambiguità è l’unica verità.
In tempi di certezze manichee come i nostri, una lezione su cui riflettere.
Immagine di apertura: Barbara Sukowa (Kate) in una scena del film Europa di Lars von Trier




