Milano 27 Settembre 2024
Finalmente Lelouch! Per chi ama il suo cinema, anzi per chi ama il cinema tout court, ogni suo film è una festa. Per gli occhi e per il cuore. Festa grande dunque per questo suo nuovo titolo, Finalement. Che in francese vuol dire “alla fine”. Un’ode all’arte di riannodare i fili, intricati, spezzati, lasciati in sospeso, di una vita e mille storie, sempre diverse e sempre uguali. «Ho fatto 51 film ma alla fine è uno solo» confessa il regista, 87 splendidi anni il prossimo 30 ottobre. Tesi di Jean Renoir, che vale per tutti i grandi, da Fellini a Truffaut.
E infatti Finalement, fiaba in musica, sottotitolo “Storia di una tromba che s’innamora di un pianoforte”, presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia e distribuito da Europicture, riprende a ritmo jazz i temi cardine di Lelouch, libertà e solitudine, caso e destino, malattia e guarigione, strizzando l’occhio ai film iconici quali Un uomo, una donna, Una donna una canaglia, L’avventura è l’avventura. E poiché, sostiene il regista, i personaggi non se ne vanno con i film ma entrano a far parte di una famiglia allargata, di tanto in tanto si rifanno vivi, svelano segreti, si reincarnano in un’altra storia.

Così il fato cinematografico vuole che Lino Massaro, il protagonista di Finalement (il magnifico attore franco algerino Kad Merad di Giù al Nord, Il piccolo Nicolas) si chiami proprio come Lino Ventura ne L’avventura e l’avventura. Nome e cognome che fanno sospettare un’agnizione postuma e un’eredità di talenti fuori norma. Truffatore incallito Ventura, truffatore suo malgrado Merad, avvocato di fama che a un certo punto viene colpito da una strana sindrome neurologica, ufficialmente detta degenerazione frontotemporale, di fatto “follia dei sentimenti”, che gli toglie ogni filtro. Spingendolo a dire e fare quel che gli passa per la testa, senza censure di sorta.
Di colpo insofferente a una moglie troppo presa dalla sua carriera d’attrice (Elsa Zylberstein) e a un lavoro diventato stanca routine, Lino butta la tonaca alle ortiche, il cellulare nel fiume, e senza avvisare nessuno molla tutto, casa, famiglia, professione. Identità pure. Vestito come un viandante un po’ malconcio va a zonzo senza meta, autostop on the road, spacciandosi di volta in volta per prete spretato, regista di film porno (un titolo per tutti Un uomo, molte donne) trombettista da strada. Mestiere quest’ultimo che gli viene bene, visto che Lino la tromba la sa suonare davvero.

Le sue vite si moltiplicano, e così pure gli incontri lungo un vagabondare che dalla Camargue lo spinge al cammino di Compostela. Dove si imbatte in un bizzarro giovanotto dai capelli lunghi scortato da altri dodici stravaganti in tunica che si chiamano Pietro, Giovanni, Giacomo, Giuda. In un’osteria offre da bere a un barbone che dice di chiamarsi Dio. Di nome e di cognome. «Quindi tu saresti…» balbetta Lino. «Certo, sono Dio» conferma il barbuto accattone. Lo sberleffo a La Via Lattea di Bunuel è palese quanto sorridente. Il viaggio surreale di Lino dentro ”l’incredibile fertilità del caos”, il non senso della vita, trova la sua mèta in una fattoria dove una donna accudisce uomini e bestie con pazienza e si consola suonando un vecchio piano. Capace di trovare accordi inattesi con la tromba vagabonda.
La saggezza del cuore fa maramao alla demenza, quella vera, di una ragione ormai inchiodata sulla croce del politicamente corretto. Dove, prima o poi, la musica sarà considerata un’offesa ai sordi, le parrucche ai calvi, il ristorante agli anoressici.

Se il mondo sta correndo verso la catastrofe e in capo a un paio di anni tutto sarà finito, suggerisce un comedian a inizio film, tanto vale accendere un mutuo trentennale e godersi il tempo che ci resta. Risanare i nostri mali con la musica, la miglior medicina. La tromba, strumento solitario, un po’ malinconico, improvvisa variazioni sorprendenti se incontra una dolce pianista di campagna che sa accompagnarlo.
Alla fine finiamo tutti nello stesso posto, avvisa Lelouch. Nell’attesa ci restano l’amore, l’amicizia, il tocco di mani capaci di allievare il dolore meglio di qualsiasi farmaco. E le canzoni naturalmente. Struggente quella finale, Finalement, parole di Lelouch, musica di Ibrahim Maalouf: Finalement, le paradis c’est l’enfance, finalement, il n’y a rien à regretter. Di certo non rimpiangerete le due ore di pura gioia e somma saggezza di questo film. Merci monsieur Lelouch.
Immagine di apertura: Il regista Claude Lelouch con l’attore Kad Merad, protagonista di questo suo ultimo film, Finalement




