Milano 28 Aprile 2022

La vita felice della piccola Anna va a pezzi un giorno di febbraio del ’33. È carnevale, la bimba, nove anni, partecipa a una festa in maschera. Ma tra Zorri e cowboys, spuntano dei ragazzi con su delle strane divise, con vistose croci uncinate cucite sulla manica. Gliene regalano una anche a lei che, tornata a casa, la mostra a suo padre Arthur chiedendogli cosa significhi. «È la svastica. Nei tempi antichi un segno di fortuna, oggi solo di stupidità. Buttala via subito», le intima.

La famiglia Kemper al completo

Anna lo guarda stupita, suo padre la adora, non le proibisce mai nulla. Ma stavolta Arthur Kemper, critico teatrale ben noto per la franchezza delle sue opinioni, non può transigere. Ebreo, tra gli intellettuali più in vista di Berlino, si è schierato contro Hitler. E poiché in Germania ormai tira una pessima aria, decide di prendere il largo. La moglie e i figli ripareranno nella neutrale Svizzera, lui li raggiungerà appena potrà. Partenza in fretta e furia, bagaglio minimo per non insospettire occhi indiscreti. Bisogna andarsene, lasciare tutto, la tata amatissima, la bella casa, i bei mobili, il pianoforte, la vita agiata. Anna e suo fratello potranno portare con sé un solo giocattolo. Max sceglie una scatola di pastelli, la sorellina non sa decidersi: il suo vecchio coniglio rosa o un tigrotto arrivato per Natale? A seguirla sarà quest’ultimo, a essere rimpianto per sempre il primo.

Anna (Riva Krymalowski) con il fratello Max (Marius Hohmann) in una scena del film

Quando Hitler rubò il coniglio rosa, dal 28 aprile nelle sale distribuito da Altre Storie, è un film tenero, crudele e persino felice. Percorso da un toccante sentore di verità, visto che Caroline Link, regista premio Oscar per Nowhere in Africa, l’ha tratto dal romanzo autobiografico di Judith Kerr, tradotto in venti lingue, pubblicato in Italia nel ’76 nella BUR dei ragazzi della Rizzoli.
Romanzo amatissimo dalla regista tedesca. «Quando lo lessi la prima volta a scuola rimasi sorpresa dalla sua leggerezza – spiega -. È una storia di separazione, di fuga dalla Germania nazista, e tuttavia il tono è ottimista, quasi spensierato. Judith Kerr mi ha raccontato che ricordava gli anni trascorsi da esule in Svizzera e a Parigi come esperienze positive, piene di avventura».
Il film racconta cosa significa essere profughi, ma – aggiunge la regista – nonostante l’oscurità che avvolge i protagonisti, è anche un film sulla fiducia, la curiosità, l’ottimismo, sull’immenso potere che la famiglia può dare. «Tutto è possibile finché restiamo insieme», il motto di Judith Kerr, è anche quello che percorre il film.
Una storia vera di un passato recente che oggi, con la guerra entrata a gamba tesa nelle nostre vite, percepiamo quanto mai attuale. L’infanzia errante dei due piccoli protagonisti non può non farci pensare a quella devastata di tanti bimbi, costretti in questi giorni a lasciare le loro case e la loro patria per trovar rifugio in Paesi stranieri, con altre lingue, altre usanze.

Anna con il suo papà, Arthur Kemper (l’attore tedesco di origini italiane Oliver Masucci)

Eppure, lo sguardo della piccola Anna (l’intensa Riva Krymalowski) ci dà conforto su quel peregrinare di terra in terra. Intelligente, curiosa, coraggiosa, la bambina è esempio vitale di come trasformare ogni ostacolo in opportunità, ogni incontro in un’avventura. «Non posso impedirmi di pensare che essere rifugiato è anche interessante» ripete. Di certo anche faticoso. Da rifugiato devi abituarti a considerare sempre tutto provvisorio. E ogni volta la cerimonia degli addii è straziante: addio strada, addio soffitta, addio tavolino testimone silenzioso di tanti pensieri, lacrime, speranze. Addio addio. Il coniglio rosa non lo ritroverà più. La ferocia e l’idiozia della guerra l’ha portato via per sempre. Ma la vita è piena di sorprese. Si rifà la valigia, in treno o a piedi si riprende la strada, ci si rimette in gioco.
È il destino di tutti i profughi, in quei tempi di tutti gli ebrei.

La copertina del romanzo autobiografico che ha ispirato il film, best seller pubblicato in Italia nel 1976 da Rizzoli/BUR

La loro condanna e la loro ricchezza. «Su di noi diffondono le bugie più infami, quindi dobbiamo dimostrare di essere più onesti e generosi degli altri» spiega alla figlia Arthur. Che, pur consapevole di un’esclusione culturale e sociale sempre più incalzanti, non deflette mai dalle sue idee, non rinuncia alle sue convinzioni. Con coraggio e dignità i Kemper vanno incontro ad una povertà quasi intollerabile, con la portinaia parigina da noir di Simenon, arcigna, razzista, sospettosa, che fa la posta per riscuotere l’affitto. Con la zuppa di patate come unico menu quotidiano, visto altro non ci si può permettere. Rinunce aspre, specie per dei bambini che fino a pochi mesi prima ben altro si ritrovavano nel piatto. A farli andare avanti è la forza di una famiglia la cui unità mai si incrina. «Tutto è possibile finché restiamo insieme» era il motto della vera Anna, Judith Kerr, scomparsa a 95 anni il 22 maggio 2019, pressappoco in coincidenza con l’uscita del film in Germania. Non è riuscita vederlo, ma di certo le sarebbe piaciuto.

Immagine di apertura: la piccola Anna (Riva Krymalowski) con il suo coniglio rosa in un fotogramma di Quando Hitler rubò il coniglio rosa

Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno" e "Ho visto un Fo".

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