Milano 28 Luglio 2022

Dire che il loro sia stato un amore vulcanico non è un’iperbole e nemmeno una metafora. Quella tra Katia e Maurice Krafft è stata letteralmente una love story esplosiva, divampata e conclusa nel più infuocato dei modi, tra eruzioni e colate laviche. Fire of Love, titolo quanto mai appropriato, dal 25 agosto nelle sale distribuito da Academy Two, racconta la straordinaria vita e morte di questa coppia di vulcanologi francesi, per vent’anni insieme nelle spedizioni più audaci, a studiare e documentare l’attività dei crateri più affascinanti e temibili del mondo. Scienziati e documentaristi di fama internazionale, i Krafft si sono amati e hanno vissuto pericolosamente, uniti dalla singolare passione per quelle creature ancestrali e misteriose che sotto il loro aspetto di terra o ghiaccio nascondono un ventre incandescente, una bocca pronta a spalancarsi in mille lingue di fuoco.

Il poster del film presentato in gennaio al Sundance Film Festival dove ha vinto il Jonathan Oppenheim Editing Award

Partendo dagli sterminati archivi lasciati da loro, in gran parte inediti e ora digitalizzati per la prima volta, la regista Sara Dosa ha ricostruito un viaggio straordinario, degno di Jules Verne o di Werner Herzog. Che non a caso in una delle sue sfide cinematografiche ai confini dell’impossibile, Dentro l’inferno, utilizza alcuni spezzoni girati dai due scienziati-documentaristi francesi.
Pochi istanti di folgorante bellezza. Tutto il resto emerge ora in questo Fire of Love prodotto da National Geographic Documentary Film e premiato allo scorso Sundance Festival. Un’ora e mezza di immagini mozzafiato intrecciate in ogni fotogramma con la forza di un amour-passion degno di un film di Truffaut.
Katia e Maurice si incontrano la prima volta all’università di Strasburgo a metà anni Sessanta e subito sanno che non si lasceranno più. Lei esile, capelli cortissimi, occhiali tondi, lui più robusto, tanti ricci spettinati, uno spiccato senso dello humor in comune, i due giovani scoprono di aver un segreto da condividere: la magnifica ossessione per i vulcani. Per entrambi nata durante un viaggio in Italia di tanti anni prima. Katia folgorata da bambina dall’eruzione notturna dell’Etna, Maurice rimasto senza fiato a sette anni dal vedere emergere dal mare la potenza dello Stromboli. Una sensazione di estasi e solitudine, di mistero, pericolo e bellezza, che li avvicina ineluttabilmente e non li abbandonerà più.
Katia e Maurice decidono di esplorare insieme quel mondo infernale, dominato da gigantesche divinità primordiali portatrici di creazione e distruzione. Il loro sarà un ardente amore a tre, loro due e i vulcani, per 25 anni mano nella mano tra pietre roventi, cascate pirotecniche, sussulti e le grida della bestia di fuoco che d’improvviso ruggisce e si risveglia.

Katia e Maurice fotografati nel 1990 sule pendici del vulcano Kilauea, nell’isola Hawaii (foto: United States Geological Survey)

Insieme partiranno per l’Islanda e lo Zaire, la Colombia e il Giappone… Bardati come astronauti con tute e caschi, ma anche pericolosamente inermi tra fiumi di lava e piogge di lapilli. Sempre più vicini all’abisso, sempre più sull’orlo delle convulsioni del magma. Pionieri, sognatori, folli, mistici. Difficile scegliere definizioni. Di sicuro scienziati non convenzionali, alieni alle classificazioni, convinti che ogni vulcano è unico, catalogabile solo secondo due colori: rosso e grigio. I rossi con i fiumi di lava sembrano più pericolosi ma quelli da cui guardarsi davvero sono i grigi, le cui nubi di fumo coprono tutto, d’improvviso. «Preferisco un vita breve e intensa a una lunga e monotona», dichiara lui. «Sappiamo di rischiare ogni volta, ma la curiosità è più forte della paura» assicura lei. La sola grande angoscia è che possa accadere qualcosa all’altro, il non poterlo soccorrere, l’assistere impotente alla sua scomparsa. Il dio dei vulcani ascolterà la loro preghiera, li porterà via insieme un pomeriggio d’estate, 3 giugno 1991. Alle pendici del Monte Unzen, nell’isola di Kyushu, in Giappone. Un vulcano grigio. Dormiente da 200 anni, il gigante nipponico ha ripreso di colpo un’intensa attività i cui sintomi, spiegano i due scienziati, somigliano a quelli di una persona malata: trema tutto come colpito da febbre terzana, dal suo cratere esce un alito nauseante. Katia e Maurice vogliono registrarne il risveglio, hanno sistemato le loro attrezzature, iniziato le riprese.

Un’inquadratura di “Stromboli” di Roberto Rossellini (1949): Ingrid Bergman alle pendici del vulcano

Ma il video di colpo si spezza, s’interrompe per sempre come le loro vite. Travolti da una colata piroclastica simile quella che nel 79 d.C. sommerse Pompei, i coniugi Krafft muoiono. Insieme come sono vissuti, mano nella mano fino all’ultimo istante. Le loro ceneri raccolte in due urne verranno deposte in un tempio buddista. La loro eredità di studi e filmati continua a vivere.
Se la storia del cinema è ricca di film sui vulcani, oltre a quello di Herzog, memorabili restano Stromboli e Vulcano, pellicole “rivali” come le loro protagoniste, Ingrid Bergman e Anna Magnani, Fire of Love si iscrive ora a pieno merito in questo filone. Storia di un grande amore custodito per sempre sotto la lava.

Immagine di apertura: National Geographic Documentary

Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno" e "Ho visto un Fo".

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